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Psicologo Psicoterapeuta
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Iscritto all'Ordine Psicologi del Lazio (nr. 12813).
Autorizzato all'esercizio della Psicoterapia.
Comunicazione inviata in data 21/06/2007 all'Ordine degli Psicologi del Lazio per la conformitą del sito web al Codice di Condotta
Tracciate grossolanamente le differenze tra le figure professionali in un certo modo vicine allo Psicologo, volgiamoci a conoscere più specificatamente quella dello psicoterapeuta. Come già accennato solo medici e psicologi (provenienti dai rispettivi corsi di laurea) possono diventare psicoterapeuti. Quando divengono psicoterapeuti il loro comportamento professionale o i riferimenti formativi sono comuni, e l'unica eccezione riguarda la scelta (opzionale) da parte degli psicoterapeuti medici di prescrivere personalmente anche i farmaci in aggiunta al percorso psicoterapeutico. Tolta questa differenza, uno psicoterapeuta medico e uno psicoterapeuta psicologo sono equivalenti, per quel che concerne la psicoterapia e le eventuali differenze riguardano le scelte personali dello psicoterapeuta, cioè il bagaglio di tecniche e l'orientamento teorico di appartenenza. L'intervento dello psicoterapeuta è richiesto in presenza di psicopatologia e dunque non è detto che sia la principale figura di riferimento per "avviare" un contatto teso al miglioramento e al ripristino del proprio equilibrio.
Per prendere in cura e aiutare i pazienti con disagio psicologico, lo psicologo deve prima specializzarsi presso l'università o le strutture private riconosciute in un orientamento psicoterapeutico. Presso questi istituti di formazione almeno quadriennale possono iscriversi gli psicologi e i medici, per cui anche chi non è formato in psicologia, ma lo è in medicina e chirurgia, può diventare psicoterapeuta (a tutti gli effetti) ed esercitare questa professione.
Un elenco aggiornato ed ufficiale sulle scuole di psicoterapia riconosciute è possibile visualizzarlo in questo sito. Consultare l'elenco delle scuole riconosciute ha anche il vantaggio di farsi un'idea di quali siano gli orientamenti e tipi di psicoterapie che vantano un maggior riconoscimento nazionale e internazionale.
Qui mi limiterò a considerare per comodità lo psicologo che diventa psicoterapeuta. Oltre all'apprendimento delle tecniche e delle teorie (in riferimento ad un modello) propri della scuola scelta per la formazione, esiste una serie di tecniche il cui apprendimento (annuale, biennale o più) non abilita di per sè all'esercizio come psicoterapeuta, ma può costituire un utile bagaglio conoscitivo per il professionista e offerta di continuo aggiornamento.
I vari tipi di psicoterapia, siano essi orientamenti o tecniche, nati nel tempo, con o senza riconoscimenti ufficiali, sono tantissimi. La formazione presso scuole accreditate permette agli psicologi di essere iscritti all'Ordine con l'autorizzazione all'esercizio della psicoterapia, costituendo così un primo filtro di garanzia per l'utenza. E' un prezioso consiglio quello di dubitare di professionisti, con laurea o meno, che propongono forme di psicoterapia (anche gratuita) senza appartenere all'Ordine degli psicologi o a quello dei medici e senza l'autorizzazione all'esercizio della psicoterapia.
Rivolgendosi ad uno psicoterapeuta per una semplice valutazione della necessità di una psicoterapia, o anche per l'avvio stesso della terapia, è bene sapere che, data la diversità delle scuole psicoterapeutiche, ci si può trovare di fronte un professionista la cui metodologia si discosta marcatamente da quella di altri colleghi (che comunque potrebbero avere la sola dicitura "psicoterapeuta" nella targa o nel trafiletto pubblicitario) e magari anche dall'immagine stereotipo presente a livello popolare, ossia quella dello psicoanalista che sta dietro il lettino in religioso silenzio, interrotto da significative interpretazioni sulla natura sessuale della prima infanzia.
Uno psicoanalista freudiano, uno junghiano, un adleriano, un bioniano, un reichiano, uno psicoterapeuta rogersiano, gestaltista, cognitivista, comportamentista, un ipnotista, un terapeuta in bioenergetica, ecc. si comporteranno in modi diversi, avranno aspettative diverse, faranno domande diverse o avranno un "silenzio" diverso, contratteranno la terapia in modi diversi e useranno tecniche diverse. Qualcuno userà tecniche pure, altri miste, altri ancora integrate, ecc. Le terapie avranno tempi e costi diversi e useranno anche linguaggi diversi (in alcuni casi ci saranno anche contatti diversi, come per esempio nelle terapie a mediazione corporea).
Questi professionisti basano la loro diversità sui modelli esplicativi del funzionamento della psiche umana (con riferimento al corpo o meno): l'appartenenza ad un orientamento (modello) piuttosto che ad un altro comporta necessariamente una differenziazione nella prassi, ossia nell'azione terapeutica, come pure nella valutazione dei progressi o degli scopi della terapia stessa.
Per lungo tempo ci sono stati scontri teorici, anche feroci, tra i sostenitori di una scuola o di un'altra, considerata più o meno "eretica", oppure meno scientifica, salvo la successiva riabilitazione. Attualmente le ricerche stanno registrando un lento andamento verso l'integrazione dei modelli e la constatazione che più che terapie efficaci esistono terapeuti efficaci. Ci sono dei fattori comuni in gran parte di "fare" terapeutico, che vanno oltre la volontà di aiutare il cliente e la serietà della formazione del professionista.
A me preme sottolineare che tutte le terapie si basano sulla relazione che si instaura tra il terapeuta e il cliente. Anche se è vero che particolari disturbi sembrano più trattabili con alcune tecniche piuttosto che con altre, io ritengo che sia la bontà della relazione, oltre alla competenza e l'aggiornamento continuo del professionista, a determinare gran parte delle chances di cambiamento nella vita psicologica del cliente, come nel suo contesto ambientale sociale. Questo discorso non vuole minimizzare l'importanza del metodo, dei contenuti, dei modelli e delle teorie implicite o esplicite presenti in ogni contesto psicoterapeutico, ma vuole solo sottolineare l'importanza della relazione, arena di scambio profondo tra due individui, uno dei quali con richiesta (a volte angosciosa) di aiuto e l'altro disposto ad aiutarlo mettendo al suo servizio le competenze acquisite con prestazioni professionali regolate in senso economico. L'importanza che assegno alla relazione è anche motivata dal fatto che essa riveste indubbiamente il ruolo di utile valutazione nel processo di scelta del terapeuta "adatto". Infatti dopo essersi orientati leggendo le caratteristiche di quello o di quell'altro approccio e, e dopo essersi decisi a contattare un certo professionista appartenente alla "scuola" prescelta, si tratta, e non è poco, di valutare, nel primo colloquio, l'esistenza di quel "feeling" indispensabile per "camminare insieme".
Più che basarsi sul sentito dire, o su quello che si è letto di quella o quell'altra tecnica di psicoterapia, sarebbe opportuno incontrare un terapeuta e "sentire" a pelle che quella persona è quella "giusta", con la sua umanità, con il suo modo di parlare, ascoltare, guardare, ecc. E' l'instaurarsi di un feeling (spesso istantaneo), la sensazione di poter parlare un linguaggio simile (attraverso una comunicazione anche non verbale) e la condivisione della disponibilità al lavoro comune. Detto questo, che secondo me è molto importante, è comunque utile farsi una panoramica generale sulle possibilità dell'offerta, nel novero delle discipline e modelli (più o meno di moda) presenti nel panorama scientifico; ciò servirà a ridurre il campo di ricerca prima di procedere oltre, contattando lo specifico professionista. E' difficile fare una panoramica di tutte le scuole e sottoscuole, modelli e sottomodelli esistenti, in più farlo qui in modo necessariamente semplicistico può sembrare riduttivo e quindi pericoloso per l'immagine dei professionisti e per il potenziale rischio di inibire o confondere il cliente (o paziente) in cerca di aiuto, poichè solo una lettura approfondita può creare un'immagine realistica dell'orientamento e della prassi di un dato tipo di psicoterapia. Credo tuttavia che sia vantaggioso avere l'opportunità di farsi un "colpo d'occhio" delle principali scuole e tecniche. Mi limiterò quindi a presentare alcune caratteristiche generali degli orientamenti e delle principali tecniche psicoterapeutiche: da una parte l'utente troverà altrove i riferimenti più dettagliati, dall'altra io ritengo che stiamo procedendo verso una integrazione di tecniche e teorie (pur con la necessaria complessità), per cui è il terapeuta (e il cliente) ad essere al centro della scelta, più che la tecnica in sé.
Definito il tipo di psicoterapia che "sentiamo" più nostro, oppure seguendo l'invio di un professionista, o infine facendosi consigliare da chi ha maggiori esperienze, si arriva al momento del contatto, in genere tramite chiamata telefonica. Qui l'unica cosa importante da sapere è che qualsiasi terapeuta, eccetto per casi di grave patologia, richiede che sia il soggetto che si vuole sottoporre a psicoterapia a contattare direttamente il terapeuta per fissare l'appuntamento. L'iniziativa unilaterale di genitori, amici o medici di famiglia non favorisce una buona partenza del percorso psicoterapeutico. La migliore via è quella descritta, con il soggetto che fa lo "sforzo" di contattare, valutare e decidere l'inizio della propria terapia, ma in alternativa, qualora i familiari, amici o tutori contattino il terapeuta di propria iniziativa, è possibile pensare ad una sorta di "counseling" del terapeuta verso queste figure parentali, per aiutarli a porre il soggetto nella condizione di provvedere al passo autonomamente. Fissare appuntamenti "all'oscuro", dicendo che si va per altri motivi, ecc. è fortemente sconsigliato e non solo può inficiare la relazione che si va costruendo ma può addirittura produrre nel paziente l'idea che il mondo dei professionisti della saluta "inganna" ed è in "malafede", ad esempio in accordo segreto con i genitori, ecc.
Riassumendo direi che il passo del contatto è a carico del soggetto che, accordandosi, con il terapeuta prescelto concorderà con lui di dedicare per un certo periodo di tempo spazio al trattamento psicoterapeutico.
Una particolare nota va aggiunta a questo punto, in relazione alle nuove tecnologie. E' senz'altro possibile che il primo contatto non sia una telefonata bensì una email. Ci sono elenchi di psicologi su Internet, ci sono le homepage come questa, e comunque esistono indirizzi email e programmi che permettono di ricevere e inviare posta elettronica. E' sempre più comune trovare nei biglietti da visita anche gli estremi per l'identificazione online (email e sito di riferimento). Dunque può accadere che un soggetto si avvicini al terapeuta inviandogli una email. Spesso l'email coniente semplicemente la richiesta di una generica valutazione e l'emissione di un relativo consiglio, nella forma delle rubriche "domande&risposte", ma non è infrequente che venga richiesto un appuntamento o, dopo alcuni brevi scambi di email generiche, si arrivi a concepire come necessaria l'idea di un contatto dal vivo. In questo ultimo caso, a mio modesto avviso, è bene richiedere che il soggetto telefoni personalmente, prima di fissare un appuntamento presso lo studio. Visto che attualmente è vietata la psicoterapia online (e nemmeno ben definita), è dunque sempre il telefono (la voce) ad essere la via di transito verso il primo colloquio.
Il primo colloquio, il colloquio psicologico, può tramutarsi nella prima seduta di un percorso di psicoterapia, se seguiranno ulteriori incontri, oppure può essere un'esperienza a sè. Le tecniche di colloquio sono molteplici e in parte sono legate alle impostazioni del terapeuta, ma in comune hanno il fatto che il primo colloquio è sicuramente diagnostico, nel senso che deve portare il terapeuta a valutare la richiesta d'aiuto del cliente/paziente, inquadrare nel modo più approfondito possibile la sua personalità, comprendere i riferimenti contestuali ambientali e venire a conoscenza dei principali accadimenti avvenuti lungo l'arco della vita del soggetto. Con questi dati, le osservazioni pervenute durante il colloquio e la competenza clinica, il terapeuta emette una diagnosi e, sulla base della valutazione, è in grado di restituire al cliente/paziente una risposta funzionale al problema, sia esso nell'unicità di un colloquio piuttosto che attraverso l'invio opportuno ad altro professionista, oppure, infine, verso la presa in carico del soggetto, per dar vita ad una psicoterapia.
Non è infrequente che un colloquio psicologico venga concluso con un invio del paziente presso un professionista particolare (altro psicoterapeuta con formazione diversa, psichiatra, servizio d'accoglienza di comunità terapeutiche, ecc.). A volte questa evenienza viene vissuta come uno "scarica barile" o una forma di spreco di risorse economiche ("non poteva mandarmi subito senza farmi pagare un colloquio con lui?"). In realtà è molto importante per lo psicologo accertarsi in prima persona della personalità del soggetto, della qualità ed entità dei disturbi e può succedere che solo alla fine di un approfondito colloquio emerga chiaro il programma terapeutico che è possibile impostare per una data persona. Quando lo psicologo non può prendere direttamente in terapia il soggetto (per una serie notevole di motivi), può comunque avere le idee chiare per inviarlo verso il professionista che ritiene adatta, in funzione della cura delle specifiche problematiche presentate.
Il primo colloquio è, più degli altri, l'ambito in cui si possono fare domande, chiedere specifiche risposte, presentare temi disparati, domande anche bizzarre o banali per le quali si prova vergogna, e in genere sarà il terapeuta a gestire opportunamente le domande e dunque i temi che si susseguono durante il primo colloquio. Egli potrà lasciare libero il soggetto di parlare in libertà oppure lo guiderà con domande mirate, per conoscere aspetti particolari.
Il primo colloquio permette anche di comunicare e definire l'aspetto economico, la frequenza di un ciclo di psicoterapia, le modalità di pagamento e i principali aspetti tecnici che lo psicoterapeuta vorrà mettere in chiaro sin dall'inizio. Non è possibile presentare questi aspetti in modo univoco, poichè essi cambiano notevolmente da un orientamento all'altro, in ogni caso qualsiasi prestazione di uno psicologo psicoterapeuta deve rientrare nelle norme del codice deontologico.
Attualmente esiste indubbiamente un numero notevole di psicoterapie che si candidano alla cura e trattamento degli stessi disagi, ma con tecniche e facendo riferimento a principi diversi. Ciò determina un problema comprensibile nella mente di chi deve richiedere aiuto per un proprio disagio psicologico. E' difficile prendere una qualsiasi decisione quando fonti autorevoli (cioè professionisti correttamente formati e autorizzati) offrono soluzioni discordanti tra loro per lo stesso problema. Così è per l'ansia, le ossessioni, la depressione non grave, le fobie, ecc. Da un lato qualcuno consiglia trattamenti globali sulla "crescita" della personalità, in grado col tempo di ridimensionare o eliminare i sintomi del momento, giudicati come risvolti "infantili" presenti nella propria personalità. In questo senso potremmo ricevere un'indicazione per una psicoterapia pluriennale e con una frequenza notevole di sedute infrasettimanali. Dall'altro lato possiamo venire a conoscenza di terapie considdette brevi, dove si utilizzano tecniche che "ristrutturano" i sintomi, o che lavorano tramite rappresentazioni diverse del modello della mente umana, producendo, a loro dire, lo stesso cambiamento, ma in minor tempo. Oltre a ciò troveremo terapie dove il terapeuta è fondamentalmente passivo, nel senso che lascia maggiore libertà d'espressione al paziente, e dove la parola - lo scambio verbale - è il mezzo usato; mentre altre psicoterapie presenteranno un terapeuta più attivo, in grado di interagire con tecniche dialogative, con azioni specifiche e persino con contatti (psicoterapie corporee).
Come si può notare, il panorama scientifico delle psicoterapie più riconosciute presenta "tutte" le forme possibili e dunque la domanda che si pone il soggetto che soffre di diagio o di problematiche psicologiche è legittima: dove andare? cosa è meglio per me? Dire di rivolgersi intanto ad uno psicologo per una diagnosi corretta attraverso il colloquio psicologico (ed un'eventuale serie di test) è senz'altro la risposta migliore, ma il problema sussiste, poichè alla fine del colloquio lo psicologo, assieme al cliente, si trova di fronte allo stesso quesito.
Numerose ricerche stanno cercando di provare l'efficiacia di una tecnica o di un tipo di psicoterapia rispetto alle altre, in riferimento a certe diagnosi. Purtroppo non sempre è possibile arrivare a conclusioni certe, anche in presenza di dati chiari, poichè le differenze teoriche dei principali orientamenti possono far pesare in modo maggiore o minore l'efficacia e la correttezza d'impostazione delle ricerche stesse e le relative conclusioni cui giungono.
Personalmente dico che è incredibile la varietà di tecniche, sfumature di tecnica, impostazioni miste, progressi evolutivi che ogni terapeuta ha come bagaglio culturale e formativo, e penso che per terapeuti formati efficacemente sia importante soprattutto "sentire" che il paziente è in grado di "interfacciarsi" positivamente nello scambio relazionale. Durante il primo colloquio terapeutico paziente e terapeuta si scelgono, oppure si lasciano. A parità di formazione acquisita e di esperienze accumulate dal terapeuta e di bisogno/motivazione alla terapia da parte del paziente, gran parte dei vantaggi di un tipo di psicoterapia o di tecnica psicoterapeutica nei confronti degli altri, deriva principalmente alla "bontà" della relazione che si instaura o si può instaurare tra i due protagonisti del percorso terapeutico. Quando è possibile costruire un ambiente di lavoro ben definito, chiaro ma misurato sulla personalità del paziente, fiducioso e mirato allo scambio, allora è possibile mettere in secondo piano la terapia usata e la tecnica prescelta, come fattori principali della scelta. La relazione è senz'altro la condizione senza la quale non è dato fare psicoterapia, dunque prima si sceglie "lo psicoterapeuta" e poi si discute eventualmente la tecnica.
La tecnica psicoterapeutica, se non c'è rigidità da parte del terapeuta, viene scelta dal terapeuta stesso, in funzione del tipo di programma terapeutico, della personalità del paziente, delle esperienze curative, e dai sintomi attivi. Non è infrequente dunque notare che alcuni terapeuti cominciano i percorsi con un certo stile, lo mutano strada facendo e arrivano alla conclusione con una modalità relazionale del tutto diversa dagli esordi. Per contro è vero anche che ci sono terapeuti che restano fedeli alla tecnica e all'impostazione data, seguendola sino all'ultima seduta.
La mia opinione è che il legame terapeutico è tra i più profondi che si possano creare (vista l'importanza), molto simile a quello genitoriale (e non intendo in senso educativo semplice), e dunque è assai improbabile che rimanendo fedeli in modo rigido ad un ruolo o ad un'immagine o ad uno stile si possa aiutare una persona in via di crescita, o di stallo evolutivo (di cui i sintomi sono evidenza). Ritengo che terapeuta e paziente debbano evolvere lungo la dimensione del contatto, da un momento iniziale di inevitabile e logica distanza ad una progressiva riduzione della stessa, per far sì che gli scambi e i modelli arrivino ad essere incisivi attraverso i numerosi microcambiamenti che si produrranno, nel tentativo di sbloccare (o ripristinare o creare) e aiutare il paziente a star bene. Lo sviluppo verso approcci o teorie integrate di psicoterapia aiuta ed esplicita questa mia impostazione.
Le ultime parole mi servono per insistere sull'importanza di una scelta fatta "sul campo", cioè dopo l'avvenuto contatto con uno psicoterapeuta e l'aver riscontrato l'esistenza delle giuste condizioni (di garanzia di titoli e di riscontro personale) per cominciare un viaggio importante come quello di un percorso psicoterapeutico.
Può accadere di dover visitare diversi terapeuti prima di sentirsi "a casa" e non c'è niente di male...